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Scegliamo le Notizie del giorno importanti in prospettiva. Gli Approfondimenti indagano in dettaglio i temi dell'economia e della finanza. Gli Approfondimenti rimandano ai Commenti sui temi caldi dei mercati. Infine, le Ricerche forniscono una base sistematica al complesso dei giudizi espressi.

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Cina: la "bomba fine del mondo" delle formiche e delle cicale
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IL RITORNO DELL'IMPERO CELESTE SULLA SCENA MONDIALE, DOVE DOMINA LA LOGICA DELLA MUTUA DISTRUZIONE ASSICURATA, ATTUATA CON STRUMENTI FINANZIARI

Luigi Gorini

Il Giornale di Brescia, 5 luglio 2008

Quando nel 1967 Marco Bellocchio intitolava il suo film «La Cina è vicina», l’Impero celeste era in realtà lontanissimo, hiuso nel delirio maoista che, dopo la parentesi dell’insulto coloniale e dell’invasione giapponese, impose il ritorno a quell’isolazionismo (se si esclude la parentesi per lo più propagandistica dei «Paesi non allineati») che per secoli aveva
contraddistinto la politica estera cinese.

Un isolazionismo rotto quasi esclusivamente nel trentennio all’inizio del XV secolo quando l’imperatore Ming armò la più potente flotta che mai avesse solcato i mari, affidandola all’Ammiraglio musulmano Zheng He, che, in sette memorabili spedizioni, stupì i porti di mezzo mondo prima della repentina, e in gran parte inspiegata, decisione di smantellare flotta e cantieri e tornare a rinchiudersi nel proprio universo. Però, sepolto il Grande Timoniere, venne l’ora del «non importa
se il gatto è bianco o nero, basta che acchiappi i topi», famoso aforisma con cui Deng Xiaoping aprì l’immenso e poverissimo Paese all’economia in via di globalizzazione, trasformandolo in pochi anni nella potenza mondiale di
oggi, il cui destino è strettamente intrecciato a quello occidentale secondo una logica della «mutua distruzione assicurata, attuata con strumenti finanziari invece che con i missili».


A delineare con tratti magistrali la genesi, lo sviluppo e le implicazioni di un tale fondamentale processo, è in libreria il volume «Il grande ammiraglio Zheng He e l’economia globale» di Giorgio Arfaras, economista e opinionista finanziario, già "chief of staff" del Comitato di investimenti del Credit Suisse, oltre che docente di finanza globale. Nelle documentatissime, ma mai pedanti pagine,Arfaras delinea imeccanismi che hanno portato la Cina a controllare una larga parte del debito americano, con la doppia finalità di mantenere «svalutata» la moneta e usare il rischio connesso come garanzia per gli investitori occidentali.


Supponiamo, infatti, che Pechino decida di «confiscare» le proprietà industriali straniere: un tale atto ostile farebbe immediatamente scattare la «ritorsione» americana che congelerebbe le obbligazioni in mano alla Cina.

Arfaras non si limita a delineare il processo, ma scava nella complessa rete di interrelazioni di un universo in cui la finanza ha assunto un ruolo sempre più importante, interagendo da attore protagonista nel delicato equilibrio tra politiche, economie e culture di un’epoca in cui ormai non solo la Cina, ma tutto il mondo «è vicino».


E in questo contesto si inserisce la lucidissima analisi della dipendenza del mondo anglosassone sia dalle materie prime, sia dal risparmio prodotti in aree al di fuori del suo controllo: serve infatti l’avanzo di dieci economie forti per finanziare il deficit statunitense. Tale risparmio deriva in buona parte dall’esportazione di petrolio saudita e russo e per un’altra consistente parte dalla produzione industriale asiatica.

Uno scenario globale che si regge su un equilibrio evidentemente fragile, con un gioco di interrelazioni dal quale è improbabile che la Cina possa uscire con un risultato di «prima scelta» che consisterebbe nella trasformazione del credito verso gli Usa in beni e servizi per i suoi cittadini. Ciò comporterebbe che gli americani smettessero di consumare molto più di quanto producono, trasformandosi, insomma, da cicale in formiche. È probabile che invece Pechino debba accontentarsi di una «seconda scelta», ossia quella di smettere di comprare obbligazioni americane, facendone contestualmente salire il prezzo il che, senza innescare la «bomba fine di mondo» costringerebbe gli americani a diventare, loro malgrado, almeno «mezze formiche».

Pubblicata su Il Giornale di Brescia il 5 luglio 2008

 

 

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