|
Intervista a La Stampa, 20 agosto 2008
Fabio Pozzo
Il canto del cigno della Borsa cinese, secondo alcuni analisti, potrebbe proprio essere l’ipo di China South Locomotive, il più grande produttore di treni cinese, che nel giorno del debutto ha superato dell’83% il prezzo di collocamento, per poi assestarsi su un +58,3%, raccogliendo oltre 6,3 miliardi di yuan. Dicono che questo exploit è negativo, perché la nuova quotazione avrebbe tolto liquidità al resto delle azioni a listino.
In realtà, ormai tutto ciò che riguarda il mercato azionario cinese viene letto con le lenti del pessimismo. Le ragioni non mancano: l’indice di riferimento, lo Shanghai Composite Index, nonostante qualche colpo di coda (ieri ha chiuso in rialzo dell’1,06%), sta infatti precipitando.
Un dramma annunciato, ma che - secondo un’ opinione diffusa - sarebbe dovuto culminare dopo i Giochi, una fase particolarmente sensibile dal punto di vista politico per Pechino. Si era convinti che il governo avrebbe fatto di tutto per evitare crolli del mercato azionario durante le Olimpiadi. Così non è stato. Dal giorno dell’inaugurazione dei Giochi, la Borsa di Shanghai è andata giù del 12%, aggravando le perdite che, dal picco dell’ottobre scorso, fanno registrare un -62%.
Eppure, era stata una grande corsa. Dalla fine del 2005 all’ottobre 2007 il listino di Shanghai sembrava il Bengodi, con un indice che da 1800 punti era schizzato a 6.124 (ieri a 2.344). Un’euforia, un’ubriacatura generale che neanche l’internetmania sul Nasdaq: Jp Morgan ha calcolato che oltre 150 milioni di cinesi hanno investito in borsa, diventando broker in 24 ore, molti ricorrendo a prestiti. Commessi, tassisti, dipendenti di alberghi si sono licenziati e hanno giocato i propri risparmi alla roulette azionaria, convinti che uscisse sempre il numero vincente. «Chiunque investiva, guadagnava montagne di denaro, anche 20 o 30 volte la puntata» dice Guang Ling, l’ex gestore di una società immobiliare oggi quasi sul lastrico.
La frenata è stata altrettanto clamorosa. «Il rapporto prezzi/utili della borsa cinese, al picco di ottobre 2007, era di 50 volte. Contro 20-25 di Wall Street, 10 dell’Italia», spiega Giorgio Arfaras, economista, fondatore del sito Occamrazor.eu. «Chi comprava a Shanghai pensava che fosse ragionevole pagare gli utili cinesi correnti 50 volte, contro le 25 di quelli statunitensi. Probabilmente perché pensava che un tasso di crescita come quello cinese, pari a circa il 10% del pil, avrebbe alla fine prodotto in futuro dei super utili, che giustificavano i super prezzi correnti».
Ma il meccanismo si è inceppato. Complice anche il rallentamento dell’economia globale, che ha di fatto contratto le esportazioni della Cina. Le società cinesi hanno cominciato a boccheggiare. «Hanno conti fissi altissimi e un grande indebitamento: vanno bene se tutto va bene, ma alla minima contrazione delle vendite, frenano pesantemente» dice Arfaras. Il contraccolpo è arrivato in Borsa. Un mercato azionario semplice, non certo sofisticato come quello di New York. «Si può comprare, non vendere a scoperto. Va bene, insomma, per passioni lunghe, non corte. Difficile assumere posizioni contrarie al flusso dominante». Il sistema finanziario, altrettanto fragile e povero di misure di compensazione, non ha aiutato. «Si è generato il panico, c’è stata la corsa a vendere, provocata anche dalle società di prestito, che hanno chiesto ai debitori-investitori di rientrare - continua l’economista -. La caduta non è stata compensata dai fondi pensione e comuni, che in Cina non esistono, e la bolla speculativa s’è sgonfiata tanto rapidamente quanto era cresciuta».
Pubblicato su La Stampa il 20 agosto 2008 |