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Occam aveva scritto la settimana scorsa, il 17 agosto scorso: “ … la banca centrale statunitense (FED) ha annunciato che il tasso a cui presta denaro direttamente alle istituzioni finanziarie, il tasso di sconto, verrà ridotto e che accetterà a garanzia del prestito anche delle attività finanziarie diverse dai titoli del tesoro. Il tasso di interesse sul mercato interbancario, gestito dalla FED, resta invece invariato. Nei giorni scorsi questo allentamento dei tassi era avvenuto di fatto, anche se non ufficialmente. Rileva che sia diventato ufficiale questo comportamento di fatto, perché la FED ora è impegnata a fare il possibile per evitare una catena di insolvenze, che potrebbe peggiorare le cose oltre il necessario. Possibile che per qualche giorno i mercati delle azioni migliorino (al margine aumenta la propensione al rischio) e quelli delle obbligazioni peggiorino (al margine diminuisce la avversione al rischio)”.
La crescita dei prezzi delle azioni, durante la settimana, è stata piuttosto elevata negli Stati Uniti, in Europa ed in Asia. I prezzi delle obbligazioni si sono stabilizzati. Il livello dei prezzi delle azioni non è comunque tornato nell’intorno dei massimi di luglio.
Dopo che la FED ha annunciato il taglio del tasso di sconto, si potevano fare due cose: 1. comprare le azioni (o non vendere), pensando che l’impegno della banca centrale a tirar fuori il sistema dalle sabbie mobili potrebbe aver successo. 2. vendere le azioni, perché l’impegno a tirare fuori il sistema dalle sabbie mobili vuol dire che le cose sono mal messe, e quindi che è prudente uscire attendendo un’ulteriore caduta dei corsi. Entrambe le scelte hanno una base razionale. Non esiste un “vero” criterio per scegliere fra le due opzioni. Nel breve termine sono entrambe valide. Per “vero” si intende un criterio che abbia delle basi solide, di natura non psicologica o, peggio, retorica.
I mercati sono sempre rimbalzati dopo una crisi seguita da un intervento della FED per poi spegnersi nel tempo, se partivano da dei livelli elevati, come nel 1998, oppure riprendersi, se partivano da dei livelli piuttosto bassi, come nel 2003. Quel che resta indeterminato in entrambi i casi ricordati è il tempo.
Il mercato azionario oggi è simile a quello del 1998. Cresce da quasi cinque anni. Non solo. Come Occam scriveva il 17 agosto “gli utili delle imprese statunitensi sono oggi giunti ad un picco, come a metà degli anni sessanta e poi a metà degli anni novanta. Dopo i picchi essi tendono a crescere poco per degli anni. Secondo le stime del Congressional Budget Office (CBO, 2007), un organismo che fa le previsioni per il Congresso, gli utili nel 2017 saranno maggiori di quelli correnti, depurati dalla inflazione, del 13%. Ossia, secondo questa stima, si noti fatta prima che emergesse la crisi dei mutui ipotecari, essi cresceranno poco più dello 1% allo anno. Una crescita modesta per giustificare una spinta lunga dei corsi azionari, considerando che oggi i prezzi delle azioni hanno un rapporto con gli utili in linea con la media storica, ossia non sono né alti né bassi”.