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Cicale, formiche, dee, fardelli e satelliti spia
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ECCO PERCHE' LE TIGRI NON SONO SOLO DI CARTA

Paola Peduzzi

Il Foglio, 4 giugno 2008

Se i cinesi diventano meno formiche e gli americani meno cicale, il mondo dei prossimi decenni è più o meno salvo, come spiega l’economista Giorgio Arfaras nel suo libro “Il grande ammiraglio Zheng He e l’economia globale” (Guerini e Associati). Ai ritmi attuali, la crescita degli avanzi finanziari dei paesi emergenti industriali e petroliferi è talmente elevato che quote sempre maggiori delle attività finanziarie statunitensi passano a questi paesi, in particolare alla Cina, ma non poco ai paesi petroliferi. Queste quote eccedono le necessità di un rapporto finanziario equilibrato. Prima o poi i paesi emergenti, soprattutto i cinesi, dovranno ridurre i loro acquisti di attività in dollari, con ciò, ossia con la riduzione del finanziamento estero, obbligando gli americani a diventare meno cicale. Ma, per comprare meno attività in dollari, i cinesi dovranno esportare di meno, ossia consumare di più, con ciò diventando essi stessi meno formiche.
La fortuna dell’Asia, soprattutto delle due grandi potenze Cina e India, è la laboriosità. Come ha raccontato Federico Rampini in “L’impero di Cindia” (Mondadori), con tante storie raccolte qui e là nei suoi viaggi asiatici, lo stereotipo dell’indiano lento e imprigionato nel sistema delle caste è falso: c’è anzi una predisposizione culturale a questo boom economico che sta investendo quasi tre miliardi di persone nel mondo. Rampini ricorda che il terzo uomo più ricco del mondo è un indiano di nome Lakshmi, come la dea del benessere materiale. Diverso dalla creatività indiana, è il retaggio culturale delle formiche cinesi, educate alla gerarchia e all’obbedienza fino ai suoi limiti estremi. Ma in entrambi i casi la laboriosità ne esce vincitrice, con i gruppi cinesi che non soltanto fanno comprare auto agli americani ma fanno sempre più shopping industriale.
Da qui deriva la paura tutta occidentale – spiegata magistralmente dal ministro dell’Economia italiano, Giulio Tremonti – del pericolo giallo, dell’assalto scomposto (e a volte scorretto) messo a punto dalle potenze asiatiche. Come spiega anche Arfaras, negli ultimi decenni, il modello di sviluppo tradizionale fondato sul “fardello dell’uomo bianco” è stato stravolto: i paesi emergenti non sono più comparse nel grande gioco occidentale, ma intervengono con le loro armi, soprattutto quelle finanziarie.
A Tremonti s’accappona la pelle dalla paura. A Bill Emmott, ex direttore dell’Economist e autore del libro appena uscito per Rizzoli “Asia contro Asia”, non si scompone neanche un capello. Emmot sciorina dati economici e soprattutto militari. Tutte le potenze asiatiche investono in Difesa, persino il Giappone installa satelliti-spia e ha una flotta di guerra nuova di zecca – per dimostrare la sua “semplice” tesi: l’occidente non deve preoccuparsi troppo (l’Europa men che meno, visto che ormai è talmente marginale da non costituire neanche più una preda appetitosa), le superpotenze asiatiche regoleranno i conti mondiali mettendo mano a quelli interni per ottenere il controllo dell’Asia. Cina, India, Giappone, ma anche Vietnam e Corea del sud si scanneranno tra loro, insomma. E se l’occidente sarà abbastanza furbo da non farsi intimorire – mantenendo comunque le sue basi militari, perché il controllo è tutto se si vuole restare cicale senza correre troppi rischi – ci saranno anche conseguenze positive: la competizione porta libertà, di mercato e di diritti. Liberista Emmott lo è fino al midollo, ma riconosce che gli elementi di destabilizzazione sono tanti – basta vedere che cosa è successo e succede in Tibet – e il processo potrebbe sfuggire di mano a tutti, potenze asiatiche e potenze occidentali. Per questo, da più di un decennio, ricorda Emmott, l’America ha spostato gli occhi dai partner dell’Atlantico a quelli del Pacifico. Punta alla costruzione di un continente unito, in cui la collaborazione tra le grandi potenze inneschi un circolo virtuoso globale. Non è detto che ci riesca, le frizioni di potere in quella parte di mondo sono orgogliosamente radicate. Ma l’America è pronta, almeno fino a quando può essere cicala.
Pubblicata su Il Foglio il 4 giugno 2008
 

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