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Scegliamo le Notizie del giorno importanti in prospettiva. Gli Approfondimenti indagano in dettaglio i temi dell'economia e della finanza. Gli Approfondimenti rimandano ai Commenti sui temi caldi dei mercati. Infine, le Ricerche forniscono una base sistematica al complesso dei giudizi espressi.

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Dall’equilibrio nucleare all’atomica finanziaria
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AMERICA E CINA NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE

Carlo Lottieri

L'Opinione, 21 maggio 2008

L’avvento della Cina è stato fragoroso. Un’economia occidentale che ancora faticava ad accettare il Giappone si è trovata a fare i conti con il crescere impetuoso degli scambi con l’Impero Celeste. E poiché l’economia è innanzi tutto un fatto di culture, va salutato con soddisfazione il recente volume di Giorgio Arfaras (Il grand’ammiraglio Zheng He e l’economia globale, edito da Guerini & Associati), in cui si presta un’attenzione particolare all’universo post-maoista. L’immagine del titolo rievoca tempi lontani, nei quali la Cina rinunciò al controllo dei mari. E’ quella l’epoca del colbertismo “alla pechinese” e del fatale declino di una civiltà che rinunciò a trarre beneficio dai miracoli dello scambio: grazie al quale non ci si limita a barattare beni o servizi, ma si crea ricchezza. Ex nihilo.


Nel saggio di Arfaras, la questione cinese è cruciale, ma non è la sola, dato che quello che viene tratteggiato è un “romanzo corale”, dove le vicende sono molte e si intrecciano. E’ una rappresentazione ragionata del mondo in cui viviamo: dove capire la finanza è indispensabile a comprendere l’economia, e questa ci aiuta a cogliere le implicazioni dei difficili equilibri planetari.

L’autore racconta la globalizzazione tortuosa che abbiamo conosciuto in questi anni, evidenziando anche quali sciagure siano collegate al ruolo giocato dalle banche centrali: in Cina e negli Usa. L’esplosione degli scambi commerciali, è il caso di ricordarlo, avviene grazie a monete “statizzate”, ed entro un contesto costantemente drogato dalle decisioni dei banchieri centrali.
Il celebre gatto di Deng Xiaoping non era scettico di fronte alla migliore strategia per conquistare la prosperità: entro un sistema ancora socialista, quella formula serviva a legittimare la superiorità del mercato. Ma poi ha dovuto adottare un capitalismo assai sui generis.

Nel suo recente pamphlet Giulio Tremonti accusa i cinesi di lavorare a basso prezzo e quindi di distruggere, in potenza, tutte le nostre attività. Arfaras si sofferma invece su un altro aspetto, evidenziando come l’immensa popolazione cinese per decenni vittima di Mao oggi si trovi a produrre in larga misura in cambio di titoli di Stato americani, che forse non si trasformeranno mai in beni e servizi. E’ la politica occidentale, insomma, che ora rischia di vittimizzare le popolazioni cinesi dopo decenni di dominio interno. Appare quindi chiaro come i pianificatori della globalizzazione (e in primo luogo le autorità di Washington e Pechino) siano all’origine dei maggiori squilibri, dato che oggi gli Stati Uniti investono nel Paese asiatico perché sanno che ogni ipotesi di esproprio è sventata dalla possibilità stessa di trasformare in carta straccia i titoli di Stato statunitensi detenuti dai cinesi. Da parte loro, questi ultimi hanno la possibilità di mandare in crisi il dollaro iniziando a vendere i buoni del Tesoro, sebbene questa operazione possa essere molto onerosa per i cinesi stessi. E’ comunque una “globalizzazione mercantilista”, fatti dai poteri pubblici e sulla testa della gente, quella che in larga misura domina la scena.

Sul tema, l’autore non mostra obiezioni di principio: chiede una diversa modalità di intervento, più che una rinuncia a tutto ciò.
Perché è chiaro che il mondo contemporaneo così bene tratteggiato nel volume è segnato da un’assenza: quella dell’individuo come portatore di diritti inviolabili. In età ormai remote, l’Occidente si è costruito – almeno idealmente – come terra delle libertà e della proprietà quando tali idee avevano una loro legittimità: nell’Inghilterra di John Locke e nell’America di Thomas Jefferson. Poi quel “capitale” è stato accantonato, ha quasi smesso di circolare, sebbene non sia mai stato del tutto ignorato. L’idea puramente procedurale che “la libertà è non subire aggressioni” ha retto – anche non tematizzata – per lungo tempo, dato anche che coincide in larga misura con l’idea stessa di diritto.

Ma oggi ci si interroga, e lo fa pure Arfaras, se l’aggressione sia efficace oppure no. E’ un criterio consequenzialista (la piena occupazione, la crescita, la valorizzazione delle risorse ecc.) a dettare le regole di fondo. Da dove proviene questo mutamento di prospettiva? E’ con ogni probabilità il positivismo, la cui manifestazione maggiore si è avuta nell’economia (quale “fisica dei rapporti umani”), che ha posto fine all’antica vicenda europea dei diritti individuali e ha aperto la strada all’ingegneria sociale, al parossismo dell’economia politica, alla gestione statale della previdenza. Ed è a questo punto della storia, e non certo per mano dei valorosi produttori cinesi, che rischia di spegnersi anche la civiltà liberale. Almeno su questo, però, nessuno ha davvero l’ultima parola.
Pubblicata su L'Opinione il 21 maggio 2008
 

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