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Il Centro Einaudi apre una finestra di ricerca economica sul web. Al Rapporto che il Centro pubblica ogni anno sull’economia mondiale e l’Italia si aggiunge uno strumento più flessibile, aggiornato quotidianamente: “Perché – spiega Giorgio Arfaras, responsabile del sito – la crisi non finirà domani, e grazie a internet si può diffondere la ricerca che non dipende dai grandi gruppi che hanno interessi diretti sull’economia”. Secondo Arfaras alcuni caratteri essenziali della crisi non sono stati ancora chiariti: per esempio “che sarebbe scoppiata anche senza i famigerati titoli tossici. Questi hanno contribuito semplicemente a peggiorarla, ma non dobbiamo dimenticare che oggi stanno declinando i modelli di gestione dell’economia, e si sono deteriorati i fattori che hanno sostenuto la crescita negli anni scorsi come la spesa per i consumi”.
Allo stesso modo s’è discusso troppo poco delle ricette anticrisi: “Possono aiutarci a migliorare le cose, ma nessuna può bastare da sola. In economia i motori della crescita si scoprono sempre a posteriori”.
Resta, per gli analisti, uno spazio di manovra ben preciso. “Bisogna elaborare i dati disponibili e produrre punti di vista chiari sulle attività finanziarie puntando sulla spiegazione più semplice”. Qualche esempio? I mercati azionari scendono perché scendono gli utili. I prezzi delle obbligazioni salgono perché s’è scatenata una corsa al prodotto sicuro. “Ma i bassi rendimenti dei mercati obbligazionari – conclude Arfaras – non tengono ancora conto dell’aumento enorme delle emissioni di titoli, che potranno alla fine far scendere i prezzi”.
Inutile cercare sulla home page del sito quando finirà la crisi: “Questo non lo sa nessuno. Possiamo provare a immaginare, invece, che crisi sarà. Ci sono le recessioni a “V”, un crollo improvviso e una ripresa altrettanto rapida. Per intenderci: la crisi ai tempi degli attentati alle Due Torri negli Usa, tra 2001 e 2002. Ci sono le crisi a “U”, crollo e ripresa lenta: come quella che attraversò l’Italia tra gli anni Settanta e Ottanta. Poi c’è quella ad “L”: il crollo senza una vera ripresa. Il Giappone ne conosce una così, si trascina dal 1990”.
La sorpresa è che Arfaras non si sente di sposare le tesi più catastrofiste sul futuro del mondo in crisi, almeno per quanto riguarda il destino dell’uomo della strada: “Da 19 anni il Giappone arranca, ma la vita quotidiana dei giapponesi è cambiata poco. Sono un po’ più poveri, ma non li vedremo elemosinare la minestra come accadde negli anni 30 in America”.
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